La storia di Alice
Venne al mondo sotto il tiepido sole di una bella giornata di inverno. Bionda e algida come una principessa nordica, nacque con una grave e rara malformazione congenita. Un tipo di aneurisma celebrare che colpisce una minuscola percentuale della popolazione infantile.
Con la stessa probabilità avremmo potuto vincere il primo premio del Super Enalotto invece il destino aveva scelto per noi un altro regalo: una piccola pallina di sangue posta a lato del cervello. Questa è l’immagine che da sempre utilizzo per raccontare a lei e al fratello della sua malattia.
Nonostante abitassimo nella città più ospedalizzata d’Italia nessuno dei tanti era abbastanza specializzato per poterla curare. Per questo fu trasferita d’urgenza quella stessa notte in un ospedale pediatrico a 200 km di distanza, con la prospettiva di essere operata il prima possibile. Non potei seguirla essendo ancora ricoverata nel reparto maternità. La vidi uscire dalla terapia intensiva, chiusa in una specie di astronave trasparente, non sapendo se l’avrei rivista viva il giorno dopo. La salutai con gli occhi asciutti ed il cuore in lacrime. La mattina seguente, dopo delle rapidissime dimissioni, mia sorella mi venne a prendere all’ospedale. Mi portò a casa dove mi aspettava il mio primogenito, all’epoca poco più che quattrenne. Con finto entusiasmo provai a spiegargli che ci saremmo trasferiti per un po’ di tempo a casa dalla nonna. Là lui sarebbe potuto stare un po’ con le zie e le cugine e noi, io ed il suo papà, saremmo potuti andare a trovare più facilmente la neonata sorella che aveva bisogno di stare ancora qualche tempo in ospedale.
Mi accinsi a preparare la valigia più faticosa e difficile della mia vita. Cosa avrei dovuto metterci dentro? Vestiti per me, per mio marito, per mio figlio, indubbiamente. Ma per quanto tempo? Quando sarei potuta tornare a casa per prendere quello che avrei sicuramente dimenticato? Che bagaglio avrei dovuto preparare per mia figlia? Le servivano vestiti in ospedale? Probabilmente no. Sarebbe riuscita ad indossare le tutine appena comperate o sarebbe cresciuta troppo prima di poterle indossare? Sarebbe cresciuta? Mi sarebbe servito un vestito scuro per il suo funerale?
Presi tutti i suoi vestiti indistintamente e per il resto ficcai cose a caso nella valigia. Pensai che qualunque cosa mi fosse servito, avrei potuto comperarlo in seguito.
Fu un periodo faticoso, fatto di sale d’attesa, camici verdi, silenzi e lunghi viaggi in macchina. Il tempo era come sospeso, passavano i giorni, le settimane e tutto sostava come in una bolla ovattata, come la neve che tutti i giorni fissavo in silenzio dal finestrino in autostrada. Facevo visita a mia figlia alla mattina, stavo con mio figlio al pomeriggio, tiravo il latte per nutrirla più volte al giorno, mangiavo e dormivo all’occorrenza. Tutti i giorni, uguali, a ciclo continuo per tutto il periodo che rimase in rianimazione. Aspettando che le sue condizioni migliorassero. Migliorò e mi trasferii con lei in reparto. Mi risparmiai così i quotidiani viaggi in macchina ma non potei più vedere mio figlio se non sporadicamente e di ‘nascosto’ grazie alla complicità delle infermiere di reparto. Infine dopo oltre un mese da quella notte, Alice fu dimessa, e tornammo a casa insieme.
Mi si sciolsero il cuore e gli occhi e finalmente riuscii a piangere davanti ad una meringa con la panna che mi regalai per il mio 40° compleanno.